Ma un acquario può davvero essere "sostenibile"? Esiste davvero la possibilità che si possa realizzare una vasca di piante limitando al minimo indispensabile gli interventi di routine?
Cinque anni fa avrei probabilmente risposto con un secco e sonoro "no!", oggi credo che questa possibilità non solo sia realizzabile ma sia davvero alla portata di tutti gli acquariofili di buona volontà.
Come già accennato nelle premesse del precedente numero l'acquario sostenibile non è l'antitesi del lowtech né, d'altronde, è la sublimazione dell'hightech. E' piuttosto una via di mezzo tra il nulla ed il troppo, via di mezzo che muove i suoi passi da alcune logiche imprescindibili nella realizzazione di qualunque acquario.
In questo articolo tracceremo le prime premesse partendo proprio da quello che, probabilmente per molti, sembrerà un paradosso: le piante.
Perché iniziare proprio con le piante che, forse, dovrebbero rappresentare il corollario finale di una vasca hightech a bassa manutenzione?
Perché non può esserci sostenibilità senza porre l'accento sul cuore degli acquari che analizziamo e siccome, lo sapete, siamo plantacquariofili, sono proprio le piante a dettare legge in questa nostra trattazione.
Tutto l'acquario sostenibile ruota attorno ad esse.
Luce, substrato, fertilizzanti, acqua, temperatura e CO2 non hanno alcun senso se non vengono scelti e bilanciati in funzione delle piante che decidiamo di coltivare ed è per questo motivo che l'unica logica dell'acquario sostenibile è quella di ottenere una vegetazione rigogliosa con costi [in termini di tempo e denaro] ridotti al minimo.
Uno degli errori più frequenti che siamo soliti compiere è, infatti, quello legato alla compatibilità delle piante. Compatibilità intesa come giusto rapporto tra le piante che scegliamo e quello che siamo in condizione di poter garantire loro.
Allestiamo una vasca con forte illuminazione e ed intensa fertilizzazione, ne curiamo ogni dettaglio, scegliamo il layout, la temperatura di colore delle lampade, il substrato e poi iniziamo a predisporre la piantumazione basandoci esclusivamente sul nostro gusto personale e sugli accattivanti colori delle piante.
Capita così che la sciafila che abbiamo scelto proprio non ne voglia sapere di crescere a dovere nei pressi dell'eliofila, oppure che gli internodi di un determinato stelo risultino troppo lunghi a causa dell'ombra prodotta dalla coinquilina dalla crescita molto più compatta e veloce.
Ci sembra di avere trascurato qualcosa, ci incaponiamo con il test del ferro, con quello dei fosfati, iniziamo a "smanettare" con l'impianto di CO2, proviamo ad interrompere l'illuminazione, a diversificare l'accensione delle lampade ... Insomma andiamo in TILT!
E' una storia già vista [da chi vi scrive e forse anche da chi ci legge], vissuta più volte con altalenanti risultati, ma oggi che abbiamo maturato un po' più di esperienza forse siamo divenuti capaci di [provare a] dare delle risposte.
Probabilmente abbiamo vissuto l'enfasi delle vasche d'élite e ci siamo convinti che la fase più acuta [e dolorosa] dell'allestimento di un acquario di piante sia proprio la sua realizzazione, senza alcuna, se non minima, considerazione per ciò che riguarda il mantenimento [nel lungo periodo] di un acquario di tal fatta.
La sostenibilità del mantenimento
Forse, se avessimo scelto le piante con maggiore cura, se ne avessimo studiato le singole necessità ed il portamento, oggi potremmo osservare la nostra opera con qualche grattacapo in meno e una briciola di soddisfazioni in più.
Ma allora, come e quali piante scegliere? Indicativamente e con sufficiente approssimazione, possiamo spingerci nell'affermare che il primo requisito per avere una acquario con piante sostenibili è la loro "controllabilità".
Una distesa di Riccia fluitans, per quanto adorabile e suggestiva, è incontrollabile. La crescita continua e rapida imporrebbe ripetute [e drastiche] potature, alternate ad altrettanto lunghi periodi di quiescenza in attesa che la nuova vegetazione si riformi.
L'esempio citato credo chiarisca in maniera emblematica il concetto di acquario con piante sostenibili. L'accento è stato del tutto volontariamente spostato dall'acquario alle piante, proprio per evidenziare come queste, spesso, determinino l'assetto della vasca a prescindere dalla volontà [o dalle aspettative] dell'acquariofilio.
In definitiva, quindi, il primo approccio per una vasca sostenibile dovrebbe riguardare la scelta compatibile tra piante con medesime [o analoghe] esigenze. Piante che siano eventualmente capaci di adattarsi al medesimo regime di fertilizzazione, alla stessa intensità luminosa, ai medesimi interventi di gestione.
Ovviamente è impossibile stabilire un prontuario per gli "accoppiamenti" di piante, ma per i meno avveduti non è superfluo rammentare che siamo soliti differenziare le piante come sciafile ed eliofile [le prime non richiedono, a differenza delle seconde, illuminazione superiore a certi target], piante che assumono i nutrienti prevalentemente a per via radicale e piante che si nutrono prioritariamente per via fogliare, piante dalla crescita lenta [in genere la crescita è inversamente proporzionale alla dimensione delle foglie] e piante a crescita rapida o rapidissima.
Come è facile concludere, questa preliminare e meramente indicativa elencazione per "categorie" dovrebbe indurci ad una prima riflessione e cioè che, abbinando piante raggruppate da un comune denominatore abbiamo la possibilità di stabilire con sufficiente sicurezza un unico regime di gestione per l'intero acquario, riuscendo a soddisfare in ugual misura le esigenze di tutte le piante.
Scegliendo, ad esempio, piante che si nutrono prevalentemente per via radicale [Echinodorus, Vallisneria, Aponogeton, Cryptocorine, Nuphar japonica, Nymphaea, Crinum, Sagittaria, giusto per citarne alcune] ed abbinandole eventualmente a piccoli gruppi di sciafile o epifite, potremo ragionevolmente scegliere un allestimento ed una conseguente gestione che tenga conto dei fattori di assimilazione e di crescita delle piante che abbiamo inserito in acquario.
Sarà quindi "sufficiente", nell'esempio citato, predisporre un substrato capace di garantire il giusto apporto nutrizionale, escludendo quasi del tutto un programma di fertilizzazione liquida, ed intervenendo ad hoc con somministrazioni mirate di fertilizzanti a lenta cessione.
Questo tipo di approccio determina, se condotto correttamente, una prima "sostenibilità" e cioè quella che si produce come conseguenza dell'assenza di nutrienti nella colonna d'acqua.
Minori nutrienti in acqua significa innanzi tutto minore possibilità di accumuli non consumati e quindi, ridotta gestione in termini di cambi d'acqua e controllo dei livelli di nutrienti medesimi.
Impiegando un impianto di illuminazione che garantisca un wattaggio di circa 0,5 w/l, una costante erogazione di CO2 che garantisca dei livelli compresi tra 15 e 25 ppm ed un carico organico che non superi 0,5/10 mg/l di NO3 è ragionevole pensare che l'equilibrio in acquario venga raggiunto e mantenuto senza eccessivi sforzi.
Ovviamente l'intera operazione muove da un presupposto che inopinatamente ho forse tralasciato e cioè che non può esserci sostenibilità in presenza di una popolazione ittica sproporzionata per misura e/o quantità.
L'esempio che abbiamo fatto può ovviamente essere riformulato anche con piante più esigenti tenendo però presente che, tanto più ci avviciniamo alle piante esigenti, tanto più ci allontaniamo dalla sostenibilità nel lungo periodo.
Questa non è quindi una ricetta alternativa all'hightech puro, poiché di alternativa c'è solo la scelta del sistema "acquario".
La pratica ci consentirà poi di iniziare a spingerci oltre i confini che abbiamo delimitato, pur nella consapevolezza che la combinazione di piante con esigenze differenti ci impone una scelta che in nessun caso può essere dettata in maniera aprioristica.
Ci sarà sempre la pianta che necessita di un quid in più rispetto alle altre [vorrà più Ferro o più Co2] e solo l'attenta osservazione dell'acquariofilo sarà in grado di percepire con sufficiente anticipo la necessità specifica e soprattutto l'intervento più adeguato senza correre il rischio di creare squilibri.