E’ già passato un anno da quando è partita l’avventura con questa mia ultima vasca. Quale occasione migliore allora per festeggiare questo primo anniversario se non quella di raccontarne l’evoluzione?
L’astinenza da acquario ormai era al culmine. La vasca precedente era ferma e tristemente vuota in seguito ad uno sfortunato incidente (contatore scattato, tutto fermo per una settimana intera: uno sfacelo!). Nel frattempo, non potendo mettere le mani in acqua, mi limitavo a progettare il successivo allestimento da una parte, e a girovagare in rete dall’altra. Finchè non sono approdato casualmente su (l’allora) Aquaplanta Forum e mi si è aperto un nuovo mondo! Decine di altri appassionati dell’acquario di piante. Un posto a mia misura. Per calmare e colmare la mia sete di conoscenza. Sere e sere passate a spulciare discussioni vecchie e nuove. Spunti, tecniche, credenze ... ho dovuto rivedere alcune cose nel mio approccio all’acquario di piante (o, come lo sento chiamare per la prima volta, plantacquario), ho dovuto scardinare alcuni preconcetti, ho piacevolmente allargato i miei orizzonti. E la voglia di riallestire cresceva esponenzialmente. Via la vecchia vasca. Via i vecchi materiali. Tutto nuovo. Un approccio nuovo. Sarà per me la vasca non solo degli esperimenti, ma anche di una gestione più oculata, mirata innanzitutto al benessere delle piante ed alla creazione di un paesaggio, nei limiti, gradevole.
Inizio a procurarmi l’occorrente. Un po’ le discussioni sul forum, un po’ i risultati positivi con una vaschetta piccola, un po’ la difficoltà di reperimento ed i costi di linee di concimazioni blasonate, un po’ la voglia di provare a fare da me, un po’ tutto questo mi ha spinto a scegliere l’akadama come substrato per la mia vasca. La lettura del libro della Walstad (“Ecologia dell’acquario di piante”) non poteva che invogliarmi poi a provare ad utilizzare per la prima volta del terriccio in acquario. Della laterite, un po’ di Fondo Attivo Anubias ed un paio di sacchetti di pozzolana: avevo tutto per il substrato. Le Dragon Stones già pulite, i legni ammollo da un pezzo. Mancava solo la vasca. Ma alla fine è arrivata anche lei. Un acquario Vitrea 120x50x50. Splendido. Quattro tubi t5 in dotazione (un po’ pochini in realtà per cio’ che avrei fatto, ma già programmavo l’ampliamento del parco luci). Filtro esterno Pratiko300. Insomma, avevo tutto, per iniziare. Ed allora... via!
Sistemo uno sfondo blu sul vetro posteriore, fisso tubi e raccordi del filtro. Quindi la parte più divertente e creativa. La creazione della struttura portante del cosiddetto “layout”. Nella mia mente volevo ricreare un sentiero immacolato che si perde nel fitto di una boscaglia. Detto fatto (si fa per dire!!!). Con le Dragon Stone delimito le parti destinate alle piante da quelle in cui correrà il sentiero. Prove e prove per ottenere una struttura allo stesso tempo stabile e che rispettasse miei disegni. I legni, integrati alle rocce, avrebbero dovuto ricordare dei rami. Purtroppo non ero riuscito a trovare pezzi snelli e contorti, per cui mi sono dovuto accontentare di ciò che avevo. Una volta sistemati gli elementi puramente decorativi, sono passato al fondo. Nelle zone da piantumare ho steso la pozzolana, ho spruzzato un po’ di carbone per evitare eventuali marcescenze ed adsorbire composti tossici eventualmente prodotti a questo livello, quindi un mix di laterite e Fondo Attivo, poi di nuovo un piccolo strato di pozzolana e carbone, ed infine l’akadama. Il fondo, nel complesso, varia, a seconda delle zone, dai circa 3 agli oltre 12 cm. Nelle parti non destinate alla vegetazione ho steso della sabbia bianca finissima. Lo so, mi sono dato una zappa sul piede da solo. Tenerla pulita sarebbe stata un’altra grande sfida. Altrimenti dov’è il divertimento?
Quindi il riempimento. Lento per non mandare troppo all’aria il lavoro fatto finora. Con acqua di rubinetto per saturare di sali l’ingorda akadama. A quel punto ho fatto partire il filtro caricato con sola lana per catturare le polveri dell’akadama. Tempo una settimana per stabilizzare i valori, qualche cambio dell’acqua, caricamento del filtro ad hoc, e mi sono procurato le piante. Ovviamente la smania di piantumare ha preso subito il sopravvento. Avevo in mente un’idea di quello che sarebbe stato alla fine l’acquario, ed anche delle piante che sarebbero state protagoniste della mia composizione, però mi son fatto prendere la mano, un po’ perché al momento dell’acquisto mi sembravano tutte belle ed utilizzabili, un po’ perché effettivamente non avrei mai potuto sapere, se non provando, quale sarebbe stato il loro effetto in vasca. Risultato: ho stipato la vasca di verde (e rossi).
Forte di tutti gli allestimenti precedenti, ho imparato che, nonostante tutti gli schemi ed i progetti fatti, l’acquario poi vive di una propria individualità, non sempre coerente con cio’ che ci siamo prefissati all’inizio. Osservare, comprendere, guidare, indirizzare, contenere: sono queste le armi per controllare od assecondare la crescita delle piante. Sono loro alla fine che ci indicano la via da percorrere. Non sempre è possibile assoggettare le piante alla scelta del layout che ci siamo imposti. A volte bisogna scendere a compromessi. Tal altra sono proprio le piante, col loro vigore, col loro sviluppo, coi loro portamenti, coi loro colori, a suggerirci evoluzioni alternative a quella idea iniziale che avevamo nella nostra mente. Ed anche questa vasca ha confermato tutto ciò. Ho “cacciato” tutto dentro, ed ho aspettato pazientemente che le piante mi parlassero. Al principio il loro linguaggio era confuso, o semplicemente io non ero ancora sulla loro lunghezza d’onda. Ma pian pianino le prime linee guida sono andate delineandosi. Dall’iniziale e quasi (a mio avviso) necessaria confusione dei gruppi e della composizione in toto, sono andati evidenziandosi le potenzialità di alcuni gruppi di piante rispetto ad altre. Alcune essenze quindi sono state via via integrate, ridimensionate, o semplicemente sostituite. Man mano che veniva definito la posizione o l’importanza di un gruppo, già venivano gettate le basi per le modifiche successive. In una sorta di corsa a staffetta. Quasi senza fine. Un acquario è potenzialmente un quadro in continua evoluzione e mutazione. Quasi sempre è più difficile imporgli di restare statico ed uguale a se stesso nel tempo piuttosto che subire le lusinghe dei cambiamenti. Sono così arrivato ad ottenere una composizione a mio avviso gradevole, concettualmente simile anche se praticamente abbastanza lontana da quell’idea che avevo gestito e partorito mesi addietro.
Piccolo ed importante cenno merita la gestione, nel frattempo, della vasca. Aggiunta di un quinto neon T5 4000°K. Cambi dell’acqua ogni 10-15 giorni in ragione del 15% (parte di osmosi, parte di rubinetto). Fertilizzazione settimanale sfruttando il già famoso e collaudato PMDD seguendo la ricetta base del dottor Peris. Nessuna integrazione supplementare di fosforo ed azoto, se non per poche gocce di Clisma Lax a settimana. In buona parte i macro erano forniti dal metabolismo dei pesci (una trentina di Rasbora tra engeli ed heteromorpha, 8 Melanotaenia precox, 2 coppie di Mikrogeophagus ramirezi, 3 Crossocheilus siamensis, 2 Rineloricaria filamentosa, un maschio di Apistogramma cacatuoides di passaggio). Nel complesso non ho mai notato carenze nelle piante, che sono sempre cresciute tanto da impormi potature settimanali. Ho dovuto combattere a volte contro invasioni di antiestetiche filamentose, ma le piante stesse, i cambi ravvicinati d’acqua e i Crossocheilus mi hanno aiutato in questa lotta senza fine.
Passano i mesi, e la vasca attraversa periodi di alterne fortune. Per mera mancanza di tempo, a volte la lascio per settimane intere senza controlli e cambi dell’acqua. Nel frattempo le piante, cresciute a dismisura, mi impongono brutali ma necessari interventi di contenimento. Proprio in concomitanza coi miei periodi di assenza, puntuali si presentavano le mie amiche filamentose. Quasi la vasca volesse, coi suoi mezzi, richiamarmi all’ordine o punirmi per averla in qualche modo trascurata. Un acquario del genere purtroppo non può mai essere abbandonato a se stesso troppo a lungo. Le piante si divertono a scombinarti il layout, e le alghe sono sempre sul piede di guerra. Quindi cambi dell’acqua ragionati e frequenti, potature oculate, modulazione della fertilizzazione, e la vasca tornava in forma.
Queste fasi che si sono periodicamente succedute mi hanno comunque permesso di apprezzare sviluppo e portamento di alcune piante, e mi hanno decisamente condizionato quando ho iniziato ad operare alcune modifiche sostanziali alla mia composizione sommersa. Punto fondamentale è stato anche il reperimento dei rami particolarmente sottili e contorti che da tempo andavo cercando. E così, dopo mesi di osservazione e di attesa, mi son deciso. Ho eliminato i legni troppo grossolani, ho ridisegnato alcuni confini del “sentiero”, ho sfoltito alcuni gruppi di piante ingrandendo di contro altri, ho sfruttato a piene mani la versatilità e la potabilità del weeping moss, ho aggiunto nuove essenze alla mia collezione sacrificandone altre. La vasca entrava così in una nuova fase di sviluppo, sempre conforme all’idea iniziale che mai ho abbandonato, ma nel tempo solo rimaneggiato ed adattato.
Da questo momento in poi le cure si sono mantenute sempre puntuali. Non ho più lasciato che le piante prendessero il sopravvento, non ho quasi mai saltato un cambio dell’acqua. Avevo un obiettivo: rendere la mia creatura visibile. Mi stava dando tante soddisfazioni, ma la osservavo solo io. Spinto anche da alcuni amici, mi sono deciso di “prepararla” per il grande salto. Farla partecipare ad un concorso fotografico, non certo con l’ambizione di vederla vincere, ma solo per il divertimento, il piacere e la gratificazione che qualcun altro la notasse e magari la apprezzasse insieme a me. Ma che anche fossero evidenziati difetti od incongruenze che il mio occhio di parte non avrebbe potuto notare e che mi permettano di migliorare nei prossimi allestimenti.
Ora che scrivo, la scadenza di quel concorso si avvicina, e la vasca sta raggiungendo il culmine della sua maturità. E probabilmente anche della sua esistenza. Per quanto sia intimamente affezionato, arriva un momento in cui di più un acquario non può dare, oltre cui non può andare. Probabilmente anche lei sta per raggiungere questo momento. Il suo momento più bello che verrà immortalato in un ultimo scatto.
Un ultimo omaggio a Passage across the wood.



